Il sesso da separata è tutta un’altra cosa!

L'appuntamento più strano in agenda

Avevo chiesto due ore di permesso in ufficio con la classica scusa neutra: «Visita specialistica». Che poi, in un certo senso, era pure vero. Solo che sulle ricette del medico non ci sarà mai scritto “massag-gio yoni per stimolazione clitoridea”. Ho parcheggiato a due vie dal centro, con il Waze che ancora parlava e il cuore che andava più veloce dei minuti residui sul parchimetro. Sul telefono, l’ultima nota era quella che avevo scritto dopo la seduta con la psyco: “Non è il massaggio il proble-ma. È perché lo vuoi.” Quel “perché” mi ronzava in testa mentre cerca-vo il citofono giusto.

Il centro si chiamava qualcosa di poetico e un po’ vago, “Germoglio in fiore”. Vetri puliti, insegna discreta, niente luci rosse, nessuna silhouette ammiccante: già un buon segno. Dentro, odore di legno, oli essenziali e un sottofon-do di musica morbida, senza flauti invadenti. Alla reception, una donna sui cinquanta, capelli raccolti e maglione di lana chiara, mi ha sorriso come se fossi lì per una cosa normalissima tipo una piega. «Buongiorno, lei dev’essere Giulia» ha detto. «Sì.» «Luca è quasi pronto. Se vuole, può accomodarsi un attimo in sala d’attesa. Tra poco la accompagno negli spogliatoi.» Luca. Eccolo, il motivo per cui il mio stomaco aveva deciso di improvvisare un piccolo concerto. La sala d’attesa sembrava un salotto zen: due poltrone, una pianta gigantesca, una caraffa d’acqua con fette di limone e cetriolo (che mi hanno ricordato che a casa mia l’acqua sa di rubinetto e basta), qualche libro sul corpo, sul respiro, sul “ritorno a sé”. Ho dato un’occhiata in giro e mi è venuto da ridere dentro: se lo raccontassi a Chiara direbbe che è uno di quei posti dove iniziano le sette; se lo raccontassi ad Anna mi chiederebbe solo se il massaggiatore è figo. «Se vuole può già togliere le scarpe» ha aggiunto la donna. «Qui stiamo scalzi o con i calzini.»

Ho ubbidito. Tanto, se dovevo arrivare nuda sul lettino, le scarpe erano l’ultimo dei problemi. Negli spogliatoi c’erano degli armadietti in legno chiaro, una panca e una doccia con i sanitari immacolati. Sopra una mensola, un mucchietto di accappatoi bianchi piegati in modo troppo ordinato per essere la vita vera. «Si faccia una doccia veloce, giusto per sentirsi a suo agio» mi aveva detto la signora. «Poi indossi l’accappatoio e bussi alla porta in fondo.» Mi sono guardata allo specchio. No makeup da pomeriggio qualsiasi, coda un po’ sbilenca, corpo da quarantenne che ha partorito, lavorato, corso dietro ai figli e ogni tanto pure a se stessa. Mi sono spogliata lentamente, piegando i vestiti come se fosse importante. Sotto avevo l’intimo “di mezzo”: non quello bello da serata, non quello triste da ciclo, una via di mezzo decorosa. Che ironia. La doccia era calda, l’acqua scendeva in modo regolare, senza schizzi isterici. Ho insaponato veloce le gambe, le ascelle e poi “là”. Mi sono sorpresa a indugiare un secondo in più tra le cosce, con le dita che scivolavano sulla pelle depilata da poco. Il corpo ha reagito: un microscopico brivido, una corrente che è partita da quelle dita e mi è risalita lungo la schiena. Niente di esplosivo, solo un: ehi, ci sono anch’io. Ho chiuso l’acqua quasi infastidita dal fatto che quel brivido non aveva nulla a che fare con un uomo ma tutto a che fare con me. Mi sono asciugata, ho raccolto i capelli in uno chignon improvvisato, infilato l’accappatoio morbido. Sotto completamente nuda. Solo questa consapevolezza mi faceva sentire più scoperta di una classe senza maestre e supplenti. Ho bussato alla porta in fondo. «Avanti» ha detto una voce maschile, calma. La stanza era grande, con le luci basse e calde. C’era il lettino al centro, coperto da un telo bianco; su un lato, un carrello con oli, salviette, una scatola di fazzoletti (perché evidentemente la nudità non è solo fisica); su un altro lato, una finestra con tende di lino chiaro. Niente specchi, grazie a Dio. Luca era molto diverso da quello che mi aspettavo. Non un ventottenne palestrato da Instagram, non un santone con il codino. Sui quarantacinque, forse qualcosa in più. Capelli brizzolati corti, barba curata, maglietta semplice, pantaloni comodi. Piedi scalzi. Sguardo diretto ma non invadente. «Ciao Giulia» ha detto, come se ci fossimo già visti al supermercato. «Io sono Luca. Prima di iniziare, vorrei spiegarti bene come funziona, così siamo allineati sui confini. Va bene?» Ho annuito, stringendo l’accappatoio con una mano. «Il massaggio yoni è un lavoro sul corpo che include la zona pelvica e genitale» ha spiegato. «Non è un rapporto sessuale, non è una prestazione, non c’è niente che tu debba “fare bene”. In ogni momento puoi fermarmi, dirmi di rallentare, di cambiare o di smettere. La priorità è che tu ti senta al sicuro.» Altro annuire. «Se in qualche momento senti emozioni forti, va bene lo stesso» ha aggiunto. «Puoi piangere, ridere, restare zitta. Non c’è un modo giusto di reagire.» «E se svengo?» ho provato a scherzare, la mia solita difesa. «Ti metto una coperta e aspetto che torni» ha risposto, serio ma con un mezzo sorriso. Qualcosa in me si è rilassato. «Ti chiedo di sdraiarti prima a pancia in giù, sotto il telo» ha detto. «Iniziamo dalla schiena, spalle, gambe. Quando sarà il momento di lavorare sulla parte frontale ti avviso.» Mi sono sdraiata. Il telo era caldo, profumava appena di lavanda, non di lavanderia industriale. Sentivo il cuore battere contro il cuscino. Le sue mani hanno iniziato dalle spalle. Movimenti lenti, profondi, come se stesse leggendo in braille tutti i nodi accumulati negli ultimi anni. Collo. Schiena. Lombari. Ogni tanto mi chiedeva: «Qui la pressione va bene?» Io rispondevo a monosillabi, perché tutto il resto del vocabolario si era spostato nelle sensazioni. Quando è sceso alle gambe, ha indugiato sui polpacci, poi sulle cosce. L’interno coscia ha acceso un altro tipo di corrente. Non era invadente, era… preciso. La mente ha provato a partire in tangente: sei nuda, sotto di te c’è un telo, sopra di te un uomo che non conosci e che ti sta sfiorando a pochi centimetri da… Ho riportato l’attenzione al respiro, come dice sempre la psyco. Inspira, espira, resta. «Adesso ti chiedo di girarti a pancia in su» ha detto, dopo un tempo che non so quantificare. «Ti copro con il telo, non sei mai completamente scoperta.» Mi sono girata, imbranata come sempre quando devo sembrare elegante. Lui ha sistemato il telo con naturalezza, coprendo il seno, lasciando scoperte solo braccia e piedi. Ha lavorato su braccia e mani, poi sul petto, fermandosi appena sotto le clavicole. Ogni tanto mi suggeriva di fare respiri più profondi, di lasciar andare le spalle nel lettino.

«Ora ti chiedo se ti va che lavori anche qui, sull’addome e sul bacino» ha detto, evitando accuratamente parole più dirette. «È una zona che spesso trattiene molto. Puoi dirmi di no.» «Va bene» ho sussurrato. La voce mi è uscita più bassa di quanto pensassi. Le sue mani sono scese sull’addome. Circoli lenti, larghi, che pian piano si sono avvicinati alla linea dell’osso pubico. Non mi stava toccando “là”, ma ogni millimetro si avvicinava a qualcosa che, per anni, era stato usato solo come periferia, non come centro. Mi sono sentita improvvisamente nuda non nel corpo, ma nelle storie: tutte le volte in cui avevo stretto i denti perché “era giusto così”, tutte le notti in cui mi ero sentita più materasso che persona. «Se arrivano immagini, lasciale passare» ha detto, come se mi avesse letto nel cervello. Quando ha appoggiato le mani sopra il bacino, ai lati, ho sentito un calore diverso. Non era solo rilassamento: era un piacere sottile, più profondo, che non aveva ancora niente di esplosivo ma mi faceva venire voglia di restare lì per ore. Poi è arrivata la parte difficile. «Ti chiedo un’ultima cosa» ha detto, con quella voce neutra e rispettosa. «In un massaggio yoni completo, posso lavorare anche sulla zona più intima. Sempre con ascolto, mai oltre quello che ti senti di permettermi. Puoi dirmi sì, no, o “solo fin qui”. Qualsiasi risposta va bene.» Silenzio. Il mio cervello litigava con il mio corpo: sei matta / ne hai bisogno / ti stai esponendo troppo / stai finalmente facendoti un regalo. Ho fatto un respiro lungo. «Sì» ho detto. «Ma se dico stop, si ferma.» «Ovviamente» ha risposto. «Ti chiedo di dirmi “basta” se qualcosa non va.» Ha spostato il telo quel tanto che bastava. Non mi sono vista, non c’erano specchi, ma sentivo l’aria fredda contro la pelle cal-da. Il primo contatto è stato leggerissimo, più simile a una carezza che a un massaggio: il palmo della mano appoggiato sul pube, fermo, come a dire “sono qui, ma decidi tu”. Quella semplice pressione mi ha fatto più effetto di certe acrobazie maldestre del passato. Poi le dita hanno iniziato a seguire linee lente: l’inguine, la curva tra coscia e bacino, il margine esterno. Nessuna forza, nessun gesto rapido. Ogni tocco era come bussare a una porta chiusa da anni. Ho sentito il respiro cambiare, farsi più corto. Un misto di vergogna e sollievo. Una parte di me avrebbe voluto chiudere le gambe e vestirsi; un’altra, più profonda, diceva: resta, questa volta non stai “concedendo” niente, ti stai restituendo qualcosa.

Quando ha sfiorato davvero “là”, è successo qualcosa di strano: non un'esplosione, non un orgasmo da film, ma una scossa dolce che mi è salita dalla pancia fino alla gola… e si è trasformata in lacrime. Ho iniziato a piangere in silenzio, senza singhiozzi, solo righe calde che scendevano verso le tempie. «Va bene così» ha detto lui, senza fermarsi ma diminuendo la pressione. «Il corpo rilascia in tanti modi. Se vuoi che mi fermi, me lo dici.» Non l’ho detto. Ho lasciato che quella miscela assurda di piacere, tristezza, rabbia, nostalgia, passasse attraverso il corpo invece che restare incastrata nella testa. Per un attimo ho sentito il peso di tutte le volte in cui lì sotto ero stata solo “funzione”: fare figli, far star tranquillo un marito, togliersi un dovere. Questa era la prima volta in cui quella parte di me veniva toccata con l’intenzione dichiarata di rimettere me al centro, non qualcun altro. A un certo punto mi ha chiesto, con la stessa voce calma di prima, se mi andava che il lavoro andasse un po’ più in profondità. Niente mezze frasi, niente allusioni: una domanda chiara, messa lì perché fossi io a decidere fino a dove arrivare. Ho sentito il mio “sì” prima ancora di dirlo. Lui ha rallentato ancora, come se ogni millimetro fosse un “sei sicura?” e ogni respiro un “sono qui”.

Il piacere, che fino a quel momento era stato una specie di corrente diffusa, ha cominciato a raccogliersi in un punto preciso, intenso, quasi troppo. Era come se qualcuno avesse trovato un interruttore nascosto dietro anni di abitudini, doveri. Ogni movimento corto e profondo accendeva un’onda che dalla pancia mi risaliva al petto, alle spalle, alla gola. Il corpo andava in avanti, il cervello cercava di tirare il freno a mano: non esagerare, non lasciarti andare, non perdere il controllo. A un certo punto non ho potuto più scegliere. Il respiro si è spezzato, i muscoli del ventre si sono contratti da soli, le mani hanno afferrato il lenzuolo come se potesse ancorarmi a qualcosa. L’orgasmo è arrivato così: non elegante, non educato, non “instagrammabile”. Potente, pieno, quasi arrabbiato. Un misto di piacere e liberazione che mi ha attraversata in un’unica onda lunga, facendomi tremare le gambe e inumidendo gli occhi ancora prima che me ne accorgessi. Non era il “wow, che bravo lui”. Era un «ah, quindi io sono ancora capace di sentire così». E per la prima volta dopo anni non mi sono scusata mentalmente con nessuno per il modo in cui il mio corpo stava dicendo presente. Ha richiuso il telo con un gesto semplice, non cerimonioso, quasi quotidiano.

«Prenditi qualche minuto» ha detto. «Puoi rimanere sdraiata finché vuoi. Quando sei pronta, ti siedi piano. Non c’è fretta.» Sono rimasta lì, occhi chiusi, respirando. Il corpo vibrava ancora, non in modo sessuale e basta, ma come quando scuoti un tappeto impolverato e vedi la polvere volare via alla luce. Quando mi sono seduta sul lettino, Luca era seduto su uno sgabello, a distanza, con una bottiglietta d’acqua in mano. «Come stai?» ha chiesto. Non “ti è piaciuto?”, non “sei arrivata?”. Solo: "come stai?".

«Strana» ho detto. «Leggera e pesante insieme. E con una faccia che spero di non vedere allo specchio per un po’.» Ha annuito. «Di solito dopo un lavoro così è importante non giudicare quello che è successo» ha detto. «Solo lasciargli spazio. Se nei prossimi giorni arrivano emozioni, sogni, ricordi, è normale.» Ho bevuto due sorsi d’acqua. Le mani mi tremavano appena. «Grazie» ho detto, sincera. «Per non aver fatto finta che fosse una cosa “normale” e basta. E per non averla fatta sembrare una cosa sporca.» «Non lo è» ha risposto. «Il corpo non è mai sporco quando è consapevole.»

Mi sono alzata, stringendo l’accappatoio. E lì è successo il dettaglio che racconterò ad Anna fino alla fine dei tempi: Luca ha solo allungato la mano. Una stretta di mano, normale, da incontri di lavoro. Io ho ricambiato e nella mia testa è partito il commento: Benissimo, Giulia. Hai appena stretto la mano a un uomo che ha visto la parte più intima di te più di quanto l’abbia mai vista tuo marito… e lo saluti come se fosse il tuo nuovo commercialista. Ho sorriso da sola. Negli spogliatoi, mentre mi rivestivo, ho guardato il mio corpo nello specchio piccolo sopra il lavandino. Capelli raccolti alla meglio, occhi un po’ gonfi, segni dell’accappatoio sulla pelle. Non ero diventata all’improvviso una dea greca. Le smagliature erano ancora lì, la pancia pure, la cicatrice dell’ernia non si era autorimodellata. Ma qualcosa nello sguardo era diverso. Non cercavo difetti; cercavo… presenza. Per anni il mio corpo era stato un compromesso: tra quello che avrei voluto sentire e quello che era “accettabile” sentire; tra quello che chiedeva lui e quello che mi concedeva il tempo. In quella stanza, per un’ora, non avevo dovuto compiacere nessuno. Neanche Luca.

Neanche Dio, neanche la psyco, neanche le amiche del martedì. Solo me. Mentre infilavo i jeans, mi è venuta in mente una frase di Anna: “Datti il permesso di desiderare.” Forse quel massaggio era stato proprio quello: un permesso timbrato sul corpo. Fuori, la città era la stessa di sempre. Macchine in coda, gente coi sacchetti della spesa, qualcuno che fumava all’angolo. Ho controllato l’orologio: ero perfettamente in orario per recuperare i bambini e tornare alla mia vita di sempre. Solo che, per la prima volta dopo tanto tempo, quel “di sempre” includeva anche una possibilità nuova: non accontentarmi più di un sesso da dovere. E non usare più il mio corpo come se fosse un favore da concedere, ma una stanza in cui entrare per prima. In macchina, al semaforo, ho aperto WhatsApp. Chat “Martedì – burraco & tisana”. Ho scritto: Giulia: Ragazze, ho materiale per almeno tre martedì. Spoiler: il massaggio yoni esiste, non sono svenuta e non sono all’inferno (per ora). Anna ha risposto subito con una raffica di emoji fuochi. Chiara con un: “Giulia. DOMENICA CONFESSIONE”. Ho riso così forte che quello nella macchina accanto si è girato. Ho fatto finta di cantare.

Tratto dal libro di Giulia Valenti. "Il sesso da separata è tutta un'altra cosa: Un romanzo divertente e piccante sulla rinascita"

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